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Voci dallo sciopero FIOM

09-03-2012 23:32 - News Verie
L´immagine più significativa è una grande piovra viola di cartapesta che con i suoi tentacoli comanda le caricature di Monti e Sarkozy. Si fermano tutti a fotografarla, in piazza San Giovanni a Roma. La mappa delle crisi industriali è qui nei nomi degli striscioni. Dalla Fincantieri alla piccola fabbrica di Varese. Allo sciopero generale della Fiom, però, non ci sono solo i metalmeccanici. Troviamo i familiari della strage di Viareggio a domandare giustizia. I migranti contro la tassa sul permesso di soggiorno. I No Tav, rappresentati dal presidente della Comunità montana della Val di Susa, Sandro Plano. E ancora, gli studenti, il movimento per l´acqua pubblica e contro il nucleare, la solidarietà di altre categorie della Cgil a partire dai pensionati e dalla Funzione pubblica. "The show must go off", scrivono i lavoratori dello spettacolo in un grande striscione. Decine di migliaia i manifestanti nella storica piazza della capitale piena come nelle migliori occasioni. Al di là delle polemiche sulle singole questioni, si può dire che è stata la giornata per la democrazia sindacale, il caso Fiat in primo luogo. E anche per ribadire una volta di più che l´articolo 18 non si tocca. Basta parlare con la gente giunta qui da tutta Italia per capire che è una protesta trasversale. Perché, come ha scandito il leader delle tute blu Cgil Maurizio Landini dal palco, la lotta degli operai è la lotta di tutti. "Sono qui a difendere i diritti di mio nonno, lo faccio per mio figlio, un precario metalmeccanico". A parlare è Donatella Rovini, giunta a Roma da Firenze. E´ disoccupata, non fa la metalmeccanica. La interrompe un´altra donna, Rosa Ierardi, anche lei arrivata dal capoluogo toscano approfittando della bella giornata di sole. "La Fiom sta lottando per tutti - insiste -, è un contenitore, non solo un sindacato. Ci sono tante anime diverse anche se non c´è un partito di riferimento. Sono qui perché temo che l´operazione Marchionne faccia da apripista anche per gli altri lavoratori. Una protesta, si diceva, nata proprio dalla questione Fiat. Lo si capisce dai fischi che ogni volta coprono la voce di chi nomina dal palco l´amministratore delegato del Lingotto. E lo sa bene Giuliano Ventre, operaio a Cassino da più di trent´anni. Lui fino allo scorso dicembre ha fatto parte delle Rsu. Poi, con l´estensione del modello Pomigliano a tutte le fabbriche, è stato estromesso dalla rappresentanza: "E´ scomparsa la democrazia, non si può più protestare. Noi che potevamo dire qualcosa siamo intimiditi in tutti i modi. Durante la pausa, per esempio, non puoi lasciare il reparto, altrimenti i superiori vengono a chiederti dove sei stato e cosa hai fatto. Se non abbassi la testa vengono pure a casa tua a chiederti spiegazioni". "Vuoi un altro esempio? Se ti capita un infortunio ti ´consigliano´ in ogni modo di non denunciarlo, ti dicono chiaramente di non andare in sala medica se non vuoi problemi. E chi prova a dire qualcosa viene spedito in un piccolo stabilimento di lastratura, una specie di reparto confino". Gli operai della fabbrica di Piedimonte hanno paura di perdere il posto. Due giorni di cassa integrazione a settimana, una linea ferma da anni e nessun modello all´orizzonte. L´ombra della chiusura di due stabilimenti italiani, anche se non si sa quali, è pesante. "Ma le divisioni che cerca di creare Marchionne - conclude l´operaio - non cancelleranno mai la solidarietà tra di noi, nessuna fabbrica italiana della Fiat deve chiudere".

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