26 Settembre 2020
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Roma si è tinta del ´blu dell´acqua pubblica´

22-03-2010 - News Verie
200mila persone in piazza contro la privatizzazione delle reti idriche e per rivendicare una gestione pubblica dell´acqua. È legittimo chiedersi se la riforma nella gestione dell´acqua, non sia l´inizio di una nuova "corsa all´oro" del capitale privato, per accaparrarsi l´ingente &#64258 usso di cassa garantito dalla vendita di questo servizio pubblico. Oro blu che costa poco comprare ed è pro&#64257 ttevole vendere. È legittimo, perchè è già capitato una volta in Italia, quando lo stato decise di privatizzare le autostrade e gli aeroporti, di vendere la telefonia. Quello che è successo, è noto: il servizio non è migliorato, gli investimenti sono stati scarsi perché chi doveva - i gruppi industriali e &#64257 nanziari - dirottava risorse per utili e debiti. I consumatori se ne sono accorti, perché le tariffe sono diventate più alte. Siamo di fronte a un nuovo capitolo della stessa storia? Il decreto 135/2009, proposto dal governo per allineare la normativa italiana a quella europea, approvato dalla Camera in via de&#64257 nitiva lo scorso 19 novembre, nel suo articolo 15 "privatizza", cioè apre in via preferenziale al mercato privato i servizi pubblici locali: ciclo dei ri&#64257 uti, trasporto su gomma e, soprattutto, l´acqua. Anche se diventeranno soci di minoranza, ai privati toccherà la gestione del servizio. Dalle associazioni dei consumatori, dall´opposizione, dal sindacato arrivano critiche aspre: "è necessario sgomberare il campo dalle fandonie, secondo cui non si privatizza l´acqua, bensì la gestione della rete - sostengono Adusbef, Federconsumatori e Movimento Consumatori -. Chi capta l´acqua, la distribuisce, la vende e ne incassa i proventi, di fatto, ne è il padrone". Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, aveva de&#64257 nito "gravissime" le conseguenze della legge. La Cgil ha aderito alla manifestazione del 20 marzo, organizzata dal mondo delle associazioni per chiedere che l´acqua rimanga un bene pubblico. In realtà in questi anni si sono succeduti numerosi tentativi di riforma del settore, ma il testo approvato va oltre. Il provvedimento sarebbe motivato dalle necessità di investimento sul comparto dei servizi pubblici locali, necessità che potrebbero essere garantite solo dal settore privato. Secondo le associazioni dei consumatori, uno tra gli effetti della privatizzazione sarà quello di un aumento generalizzato delle tariffe. Con la privatizzazione, nei prossimi tre anni, la bolletta aumenterà del 30 per cento. È quindi probabile che i nuovi investimenti, se vi saranno, saranno pagati dai vecchi utenti, che nel frattempo sono diventati clienti. Non solo acqua potabile Al centro della partita acqua vi sono due ordini di problemi diversi tra loro. Il primo riguarda la disponibilità di acqua e le condizioni della rete idrica. A dispetto di quanto si dice, l´Italia ha una disponibilità di risorse idriche non molto alta, anche a causa di una rete di acquedotti che continua, letteralmente, a fare acqua da tutte le parti: circa un quarto (27 per cento) della risorsa destinata a usi civili non arriva al rubinetto. Per fare un paragone, in Germania la dispersione è di appena il 7 per cento. Ma il tema della gestione dell´acqua destinata - per sempli&#64257 care - alle abitazioni, è solo una parte del problema. Lo dice con chiarezza Claudio Falasca, coordinatore del dipartimento Ambiente e territorio della Cgil e rappresentante del sindacato in seno al Cnel: "Il punto è come risolviamo in generale lo spreco di acqua che si fa in agricoltura, dove l´uso di concimi e diserbanti rovina le falde acquifere, o nell´industria, dove il sistema di depurazione non funziona e si continua a usare acqua potabile per le lavorazioni". Su 42 miliardi di metri cubi di acqua consumata ogni anno, l´agricoltura incide per metà, nonostante il settore impieghi appena il 4 per cento degli occupati e dia un apporto non superiore a queste cifra al prodotto interno lordo. Il sistema di fornitura non passa attraverso gli ambiti territoriali ottimali (ato), ma è regolato da convenzioni tra i consorzi di boni&#64257 ca, che raccolgono proprietari agricoli e regioni, che controllano la grande adduzione, e si basa su tariffe ridicole. Il prelievo da pozzi poi è spesso abusivo. Altri due settori che incidono sono quello energetico e quello manifatturiero che insieme consumano 14 miliardi di metri cubi. In coda l´uso civile che assorbe circa 8 miliardi. Una proprietà ancora in buona parte pubblica L´altro ordine di problemi riguarda la titolarità degli interventi e la proprietà della gestione. Il primo tema è assai delicato. La legge ordinaria af&#64257 da alle autorità di bacino la programmazione delle risorse, attraverso i piani di ambito. Attraverso questo strumento le autorità di bacino dovrebbero anche valutare i rischi per il suolo e piani&#64257 care gli interventi. Ma con un singolare rovesciamento delle competenze, il governo Berlusconi, con il provvedimento che avrebbe dovuto istituire la protezione civile spa, ha af&#64257 dato gli interventi di difesa del suolo e dei bacini idrici a tre strutture commissariali (Nord, Centro, Sud), facendo prevalere la straordinarietà degli interventi rispetto alla programmazione. "La logica è quella per cui da una parte ti impediscono di operare tagliando le risorse, dall´altra, a fronte dell´inerzia obbligata, intervengono con poteri straordinari", spiega Falasca. Vi è quindi la proprietà della gestione. Ad oggi - secondo i dati divulgati dal blue book del centro di ricerca Proacqua - tra i circa 91 ato in cui è diviso il servizio idrico integrato, erano stati effettuati 67 af&#64257 damenti, la maggior parte dei quali a società in house (31), seguono gli af&#64257 damenti a società quotate in borsa (13), e a quelli a società mista (12), mentre 5 avevano scelto un regime transitorio. I restanti 24 non avevano af&#64257 dato il servizio. "A dispetto delle formule - sostiene Renato Matteucci, responsabile servizi pubblici locali della Cgil - il servizio è ancora gestito in gran parte da aziende con maggioranze pubbliche, che in molti casi agiscono già come imprese private. L´Acea ad esempio è controllata dal comune di Roma ma è quotata in borsa, ed è considerata socio privato di minoranza negli acquedotti toscani in cui è presente". Ma il peso dei privati, quelli veri - banche, fondazioni, fondi di investimento - è cresciuto molto e crescerà in futuro con la riforma. E laddove sono i privati a gestire, non sempre i risultati sono brillanti. In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell´area pontina, la gestione è nelle mani della francese Veolia, che con il 49 per cento delle azioni esprime l´amministratore delegato e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un´azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche. In Puglia al contrario, dove la Regione si sta battendo per ripubblicizzare il servizio, in tre anni l´Acquedotto pugliese, il più grande d´Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Sempre il blue book rileva le profonde differenze nel costo della bolletta: a Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina o di Agrigento. Chi è interessato all´affare? Alla privatizzazione dell´acqua sono interessati in tanti. Le multinazionali d´oltralpe, ad esempio, come Gdf-Suez, che ha ancora una forte partecipazione dello Stato francese, o Veolia. Entrambe sono già presenti in Italia. È uno degli aspetti interessanti della vicenda. "Gdf- Suez - sottolinea Matteucci - ha un grande vantaggio, perché può partecipare a gare per l´acquisto di quote in Italia, mentre le nostre società miste non possono farlo". Ma la corsa all´oro blu, potrebbe interessare anche i costruttori nostrani, alcuni dei quali già presenti nel settore. Il più noto è Caltagirone, che detiene il 7,5 per cento dell´Acea, il gestore della rete idrica romana che controlla anche gran parte della gestione in Toscana. Secondo Matteucci, l´affare riguarderà in futuro "l´ammodernamento della rete e la costruzione degli impianti di depurazione: 20 miliardi di euro, risorse quasi totalmente pagate dagli aumenti delle tariffe che gli ambiti assegneranno in appalto ai privati". Conviene - è il ragionamento - essere dentro i cda degli ato per poter dirottare le gare verso le proprie aziende di costruzione. Ma la vendita ai privati, potrebbe in linea teorica convenire anche ad alcune amministrazioni locali. Almeno così credono i sindaci che devono fare i conti con bilanci comunali sempre più dif&#64257 cilmente gestibili, con la riduzione dei trasferimenti dallo Stato. Il sindaco di Torino, Chiamparino, ad esempio, ha ingaggiato un lungo braccio di ferro con il sindaco di Genova e gli emiliani dell´Enìa per aumentare la quota dei privati all´interno della nuova quotata in borsa Iride-Enìa (Unicredit, Sanpaolo, il fondo di investimento Amber-muster found). Chiamparino, che è anche presidente dell´Anci, è il sindaco più indebitato d´Italia (5564 euro per abitante) e spera di far cassa con la vendita delle quote della società. Anche a Roma, nonostante le rassicurazioni in merito di Alemanno, il comune vuole diluire la sua partecipazione nell´azionariato di Acea, scendendo dunque al di sotto del 51 per cento, a tutto vantaggio di Caltagirone e dei francesi di Gdf-Suez

Fonte: Rassegna.it di di Antonio Fico

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