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Orari flessibili in ufficio: Italia ancora agli ultimi posti

12-03-2010 - News Verie
Mentre crescono in tutta Europa gli strumenti di flessibilità oraria, il nostro paese rimane ai valori minini. Diffusi in parte solo l´entrata e uscita "mobili". Maglia nera all´Italia anche per numero di imprese che prevedono la distribuzione ai dipendenti di una quota dei profitti. I risultati dell´indagine di Eurofound in 27mila aziende di 30 nazioni. Il futuro può attendere. In Italia le imprese, e il lavoro, rimangono quasi sempre uguali a se stesse. Per nulla moderne nella loro organizzazione e ancora troppo poco aperte alle nuove chance della vera flessibilità. Le lancette degli orologi delle imprese europee scandiscono, inesorabilmente, un tempo più veloce di quello delle imprese italiane. Altrove si può uscire e entrare a orari "mobili" e si è titolari di un monte orario da gestire in un arco di tempo che può arrivare all´intera vita professionale. Si possono accumulare ore di lavoro per usufruire di intere giornate libere. Si accede a opzioni di part-time, senza dover essere per forza in attesa di un bimbo. In Italia si può fare molto meno e meno diffusamente. Giusto quel poco che è permesso nelle imprese di paesi entrati da poco nell´Unione come la Slovacchia e l´Ungheria. Tanto che il nostro paese, in alcuni parametri, ora è superato anche dal Portogallo che fino a qualche anno fa le stava ancora dietro. A rivelarlo sono i risultati dell´indagine European Working Conditions di Eurofound, ovvero la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di lavoro, che ha analizzato numerose variabili del mondo del lavoro a livello continentale. Contratti part-time, straordinari, retribuzione variabile e partecipazione ai profitti dell´impresa. Ma anche rappresentazione sindacale e pratiche organizzative. L´indagine completa è stata appena pubblicata dall´istituzione europea e ha coinvolto più di 27mila imprese di 30 nazioni diverse. Complessivamente, il 56 per cento delle imprese, nell´Europa dei 27, offre ai dipendenti un forma minima di flessibilità oraria. Erano il 48 per cento nella precedente indagine svolta nel 2004. L´incremento si è registrato in quasi tutti i paesi. In particolare, hanno mostrato maggiore dinamismo la Finlandia, la Danimarca, il Belgio e il Portogallo che ha superato l´Italia. Incrementi significativi si sono registrati anche in Olanda, Spagna e nel Regno Unito. Entrata e uscita "mobile". Oltre la metà delle imprese europe dà ai propri lavoratori almeno la possibilità di gestire flessibilmente, in un giorno lavorativo, l´orario di entrata e d´uscita. Non tutte loro però offrono questa opportunità indistintamente a ogni dipendente. In media, scrivono gli autori dell´indagine, questo accade per i due terzi della forza lavoro. Solo il 45 per cento delle imprese dà tale diritto a tutti dipendenti. Le nazioni dove è più elevata la porzione di lavoratori coinvolti sono la Finlandia, il Regno Unito, la Danimerca, la Svezia, la Germania e l´Austria dove la quota è sempre sopra o solo poco al di sotto del 70 per cento. Un giorno di libertà. Ma per capire davvero quanto sia ampia la libertà di scelta dei lavoratori, senza danneggiare la produttività delle imprese, è necessario scavare più a fondo. Ad esempio, scoprire se un dipendente può prendere dei giorni liberi dal lavoro utilizzando il monte di credito orario accumulato lavorando negli altri giorni più di quanto stabilito nel contratto. Ebbene, quest´opportunità viene offerta in Europa da meno di un terzo delle aziende (il 29 per cento). Erano il 25 per cento nell´indagine di cinque anni fa. In Finlandia è previsto dal 65 per cento delle imprese "flessibili". In Danimarca la percentuale supera il 50 per cento e anche in Svezia la quota rimane alta con più di quattro imprese su dieci. In Italia invece, dove meno del 50 per cento delle imprese offre minimi strumenti di flessibilità oraria, solo il 15 per cento di queste permette di prendersi un giorno libero mentre la gran parte dà solo la possibilità di variare l´orario d´entrata e uscita dal lavoro. Un´altra esigua percentuale rende possibile accumulare crediti orari senza però permettere il "day off". Dati simili ai nostri si riscontrano anche in Ungheria, Irlanda, Lituania e in altri paesi come Portogallo, Grecia, Cipro e Turchia. La durata della "banca delle ore". Di più. Un´altra variabile che permette di comprendere l´ampiezza reale della flessibilità, è il periodo di validità dei crediti orari maturati. Una cosa è poterli recuperare in un ampio arco temporale, un´altra invece fare scadere questi crediti dopo poco tempo. In alcune imprese questi crediti "durano" un mese, in altre un anno. Per altre ancora, non c´è limite e negli accordi viene esplicitato che l´orizzonte è quello dell´intera vita lavorativa dando così la possibilità al lavoratore di gestire più a pieno, e in indipendenza, gli impegni con il proprio datore di lavoro. In Germania, ad esempio, in alcuni casi i lavoratori li hanno utilizzati per andar anticipatamente in pensione. In Europa, in media, solo il 6 per cento delle imprese offre questa possibilità. La più eleveta incidenza si riscontra in Danimarca, vicina al 30 per cento. Altri paesi con una significativa proporizione sono la Svezia (il 18 per cento), la Finlandia (il 13 per cento), la Germania (il 12 per cento) e l´Austria (l11 per cento). In Italia si è intorno al due per cento con cifre simili a Polonia, Portogallo, Slovacchia e Ungheria. Condivisione dei profitti. Come se non bastasse, il nostro paese ha anche il primato della nazione con la minore diffusione di accordi dove una prozione dei profitti aziendali vengono distribuiti agil impiegati sia in forma di contanti sia in forma di azioni. In Europa praticano schemi di questo tipo il 14 per cento delle imprese. La percentuale più elevata si trova in Francia (il 35%), in Olanda (27 per cento) e in Finlandia (23%). In Italia la proporzione scende al 3 per cento. La più bassa di tutto il Continente. Quote leggermente superiori anche in Grecia (4%), Polonia e Romania (7 per cento).

Fonte: La Repubblica di Federico Pace

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